Partecipa al bando di concorso, emesso dal Comune di Ragusa, per l’assunzione di 30 agenti di polizia municipale. Supera la selezione di idoneità e supera pura la prova con un punteggio di 18,85. Assunta. Sottoposta a visita premedica per l’assunzione dichiara di essere in stato di gravidanza. Pertanto inidonea. Il bando ovviamente non lo prevedeva. E nemmeno la Costituzione. Di quale regolamento fa parte la clausola che equipara la gravidanza a una condanna per omicidio? Tiziana Giardina racconta in una lettera la sua storia.
«Spett.le La Sicilia, sono Tiziana Giardina, con la presente vi racconto la mia storia. Io ho superato un concorso pubblico indetto dal Comune di Ragusa per l’assunzione a tempo determinato di 30 agenti di polizia municipale. L’aver superato il concorso, non è bastato ad evitarmi un’umiliazione che mi fa molto male (considerato che in maniera sottile e subdola sono stata considerata una madre incosciente, ma credo che un giorno mia figlia, sarà veramente orgogliosa di me). Come ho già scritto, la mia storia, si svolge a Ragusa, all’interno della Pubblica Amministrazione e precisamente il Comune, un luogo nel quale ci si aspetta che i principi costituzionali vengano rispettati. Invece, tutto ciò non è successo, in quanto, nel corso della visita medica preassuntiva di idoneità da parte del medico del lavoro del Comune di Ragusa, avendo dichiarato immediatamente il mio stato di gravidanza, sono stata avvisata che a causa del mio stato, sarei stata dichiarata inidonea.
Da qui inizia la mia battaglia. Ci sono almeno otto articoli della Costituzione italiana che fanno riferimento alla tutela della famiglia, all’uguaglianza in generale e alla parità tra uomo e donna in particolare l’art. 51 stabilisce che donne ed uomini devono accedere agli incarichi pubblici in condizioni di parità. L’art. 37 cost. è più esplicito, perchè dichiara che la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore uomo. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale ed adeguata protezione. Ma quale protezione? E soprattutto, quale famiglia? Mi son sentita dire da una donna, che se si fosse trovata nella mia situazione, per un posto a tempo determinato, non avrebbe mai partecipato al concorso. Ciò che mi ha sorpreso di più è l’accanimento delle persone e delle donne in particolare, contro un evento – la gravidanza – che quanto riguarda se stessi o la propria cerchia di amici è un fatto positivo e desiderato; quando invece riguarda qualcun altro, è un fastidio. Un fastidio tutelato da leggi che tuttavia, nel pubblico e nel privato, si tenta di non applicare. Non mi aspettavo di dover sostenere una battaglia, perché sento di non aver fatto niente di male, invece ho dovuto giustificarmi per il solo fatto di volere il mio posto nonostante fossi incinta».