IL “CASO” RINASCITA DI VITTORIA. La riflessione di Giombattista Ballarò

Da qualche mese, la carta stampata locale ed alcuni quotidiani on line, ci notiziano di quanto accade all’interno d’una cooperativa vittoriese che dalla fine degli anni 60 alla fine degli anni 90, rappresentò il vero esempio di aggregazione imprenditoriale agricolo ed autentico fiore all’occhiello dell’economia ipparina. Certo, un trentennio nel
quale altre realtà agricole nazionali ed europee non si erano ancora organizzate e quindi la lungimiranza di alcuni braccianti agricoli dell’epoca e la grande capacità di aggregare i singoli produttori per affrancarsi da quella dipendenza commerciale che li rendeva vittime senza futuro, li rese protagonisti d’un momento storico irripetibile. Ma
ciò che rese grande quest’azienda, fu la grande intelligenza d’un contadino che sacrificando il proprio interesse a quello più generale d’una categoria, consentì di creare la più grande cooperativa agricola in Italia di quel tempo. Pietro Gentile, questo era il suo nome,con un’intraprendenza, una lungimiranza non comune, riuscì a creare una base sociale di oltre un migliaio tra piccoli e medi produttori che in forma associata acquistavano i beni per la conduzione dei loro fondi e conferivano la loro produzione per essere commercializzata sui mercati nazionali ed esteri con lo stesso marchio Rinascita. Dalla scomparsa dell’indimenticato Gentile, si succedettero alla guida di questa cooperativa, altri agricoltori, ma non tutti evidentemente, animati dallo stesso spirito missionario del fondatore, tant’è che gli anni successivi, segnarono una lenta ma continua erosione della base sociale, fino a farla diventare una delle tante aziende disseminate nel territorio. Quale il motivo? Molto probabilmente la presunzione di qualche produttore, che una volta
in capo all’organizzazione, si è sentito subito manager, senza averne le caratteristiche ma privilengiandosi di tutti i benefici ad esso riconosciuti. Oggi, il gruppo dirigente di quest’impresa viene largamente contestato, e piuttosto che farsi da parte, come si
converrebbe a chi non è gradito, si accorge che la parte contestataria non ha i requisiti previsti dallo statuto e dal regolamento interno della cooperativa. Come mai solo oggi, visto che questi requisiti sono stati eventualmente sempre mancanti? Non è legittimo pensare ad un’azione di pulizia, per lasciare solo la parte consenziente al proprio operato? Non è forse un’azione che presuppone il mantenimento dei propri privilegi? Non sarebbe più normale, farsi da parte allorquando percepiamo di non essere più condivisi? E piuttosto che fare tanto rumore per il mantenimento della poltrona, non sarebbe più sensato guardarsi attorno e cercare di risalire alle cause del progressivo ridimensionamento di questa struttura? Spesso, critichiamo l’attaccamento al potere della classe politica, ma molti di noi sono diversi o peggio di loro?

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