Padre Scimè … “il piccolo uomo di Dio”, di Francesco Basile

Un vecchio detto tipico della saggezza popolare di un tempo soleva affermare così: “Chi semina raccoglie”! Adesso magari tra i moderni un po’ d’ironia potrebbe tranquillamente venir fuori, soprattutto nei tempi in cui viviamo, dove al vero contenuto delle parole non si bada neanche più quasi come se i cervelli dei nostri uomini d’oggi fossero talmente divenuti pigri, da far fatica pure a sviscerare cosa si cela realmente anche dietro frasi come questo detto, appena citato sopra. Mi accostavo all’ironia prima perché qualcuno magari tra i “moderni” abitanti di questa Italia ormai urbanizzata potrebbe facilmente limitarsi ad archiviare “chi semina raccoglie” come una sorta di vademecum delle campagne, almeno visti i riferimenti al raccolto e alla semina. No adesso non voglio assolutamente inimicarmi nessuno, ma credo che in questa società odierna, pochi riescono veramente a entrare fin in fondo alle parole per farne uscire il vero significato. Si preferisce assaggiare subito come un piatto da cucina l’apparente significato di ciò che ci accade e di ciò che ci viene detto, per restare in tema al mio discorso, così da restare lontani dalla verità, quella vera, eppure tanto timida da non farsi trovare subito da chi la cerca. Ebbene scusandomi per il mio così lungo preambolo personalmente credo che fermarsi alle apparenze risulta essere dannoso sia per se stessi sia per gli altri. Per questo motivo dietro una citazione popolare così semplice ma al tempo stesso efficace, ho avuto modo di scorgere durante le fasi della mia vita, non solo contadini intenti nella semina, desiderosi di raggiungere l’amato raccolto, ma ho intravisto anche uomini e donne seminare nel mondo frutti prelibati e rari come ad esempio l’amore verso gli altri e verso il creato. Certo c’è chi semina anche odio ma su quelli non mi voglio dilungare. Il mio racconto va invece verso un cammino e un indirizzo ben preciso. Un cammino che mi porta verso un uomo che sicuramente ispirato dal buon Dio non ha mai smesso di essere come “humus” per chi avesse la fortuna d’imbattersi nei suoi paraggi. Padre Salvatore Scimè questo è il nome del mio laborioso fattore, un uomo, un sacerdote che ha dedicato la sua intera vita a predicare il vangelo di Dio instillandolo come seme nell’aridità degli animi umani non solo attraverso le parole ma soprattutto con i fatti. Quest’uomo di cui purtroppo solo in breve posso narrarne le gesta e la vita visti i limiti di lunghezza ai quali mi devo attenere trattandosi di un articolo, adesso non si trova più con noi già da qualche anno poiché come amava spesso affermare lui stesso: “Figliuolo, la messe è molta ma gli operai sono pochi, quindi quando sarà terminato qui il mio lavoro, sono certo che Dio avrà bisogno ancora di me”! Quasi certamente Dio aveva bisogno del suo aiuto per chiedergli di seguirlo nell’ormai lontano 20 settembre del 2001! Tornando alla cronaca prettamente terrestre invece, padre Scimè era nato a Racalmuto, paese conosciuto per via di un certo Leonardo Sciascia, il 6 settembre del 1913. Sin da piccolo aveva ereditato un grande amore per il sapere e per la cultura. Un amore che non tradirà mai per tutto il resto della sua vita. Un amore che si concretizza in dono verso gli altri quando nel lontano 1969 crea con l’aiuto del nobiluomo della città di Messina Fernando Stagno D’Alcotres una scuola speciale per Assistenti Sociali. Un episodio unico e raro per la città di Modica (RG) che ne ospita la sede. Padre Scimè con il suo stipendio da insegnante di filosofia presso i licei ragusani sovvenziona la sua stessa creatura forte dell’amore verso il prossimo e desideroso di dare un futuro attraverso quella scuola ai tanti giovani che facevano domanda di ammissione. Per diversi anni anche se con i buchi ai pantaloni in bella vista, viste le ristrettezze dovute al suo agire, Padre Salvatore Scimè “il piccolo uomo di Dio” come molti dei suoi conoscenti amavano chiamarlo non ha mai desistito nella sua azione. In virtù di questa dedizione e della sua missione quella stessa scuola diverrà nel 1989 sede distaccata dell’università di Messina divenendo così la prima università da potersi definire tale in tutta la provincia di Ragusa. In un contesto come quello siciliano di quei tempi dove il periodo buio di un certo decadentismo culturale e sociale sembrava pervadere l’intera società, dove la politica non dava nulla in cambio senza pretendere e dove molte volte anzi quasi spesso gli atti politici restavano solo parole senza nessun seguito, un prete, un gesuita dava risposte concrete trasformando un progetto in solida realtà. Questo sacerdote sapeva benissimo che, solo dietro l’istruzione e la cultura, passava la ricchezza di un uomo. Quella scuola per assistenti sociali era un mezzo necessario e utile al tempo stesso. Necessario per chi voleva indirizzare la propria vita verso il campo del sociale e utile poiché attraverso quella scuola molti giovani avrebbero trovato un lavoro e aiutato altre persone bisognose di sostegno e attenzione. Padre Scimè un sognatore, un idealista di altri tempi che amava immaginare il mondo con sempre meno banalità e mediocrità e un pizzico in più di rettitudine e di santità. A ogni bisognoso che si rivolgeva a lui padre Scimè, era sempre pronto a dare una mano cercando con il suo piccolo aiuto di alleviarne le fatiche e le necessità. Io conobbi questo prete da piccolino quando tenuto per mano da mio nonno ci recavamo presso quella famosa chiesetta di San Giuseppe ogni domenica per assistere alla Santa Messa. Potevo avere all’incirca sette anni e poco conoscevo ancora di Dio e dei suoi comandamenti. Padre Scimè fu per me quello che si potrebbe tranquillamente definire un “padre spirituale” e non solo. M’insegnò a leggere mettendomi davanti direttamente i testi sacri e mi donò, cosa alla quale gli sarò eternamente grato per tutto il resto della mia vita, il dono della comunicazione e un profondissimo amore verso la figura di Gesù. Fu lui a farmi innamorare della parola di Dio e della lingua italiana sbloccando in me anche quel velo di timidezza che mi rendeva a volte chiuso dinanzi alle persone. Se sono quello che sono e se mi sono trasformato in un uomo, adesso parte di ciò lo devo a quel prete che seppe darmi ciò che purtroppo per la mancanza di un padre forse non avrei mai potuto ricevere. Padre Scimè mi diede affetto e istruzione, amore e conoscenza. Alle sue messe nessuno aveva il coraggio di dormire o di annoiarsi anche perché padre Scimè non gliene dava motivo. Le sue fantastiche omelie sembravano quasi racconti di un suo personale viaggio invece che storie estrapolate dalla Bibbia, ma lui riusciva a renderle talmente vive e così attuali a tal punto da trasportare l’intero auditorio, dentro le parabole di Gesù, dentro ogni singola pagina dei Vangeli. Quando poi a fine messa a chi, come me, si rivolgeva a lui anche solo per un saluto, il sacerdote diceva sempre una tipica frase piena al suo interno di tanti significati: Fatti Santo! Un’esortazione questa dove si racchiudeva in fondo il pensiero recondito del sacerdote. Fatti santo, ovverosia cerca di essere sempre più giusto nel tuo cammino terrestre! Ebbene di quest’uomo che aiutava i poveri e che erigeva templi alla cultura e al sapere e che amava esortare gli uomini a essere giusti a essere retti … santi, adesso a distanza di anni, ben nove dalla sua scomparsa non vi è rimasto nulla che lo ricordi. Forse le pietre della sua scuola per assistenti sociali che funziona a pieno regime anche adesso, forse la chiesetta di San Giuseppe attigua alla scuola e che per anni l’ha visto celebrare la messa, ma aldilà della nuda pietra, nessun uomo che vive e respira e che spero conosce anche i ricordi fa menzione più di lui. Nessuna targa ricorda quel prete nella sua scuola tanto amata, come forse neanche nella storia della città di Modica almeno in quella recente si menziona chi più di tanti altri pseudo benefattori ha fatto per una città non sua. Nella tristezza dei tempi che corrono, dove si attacca sempre e duramente l’altro al minimo errore, perché la pazienza di capire gli altri sembra essere venuta meno, dove negli errori degli altri si costruiscono fortune e dove le parole volano al vento, mentre i fatti reali rimangono utopie per tanti, di pari passo invece non si tessono quasi mai gli elogi di chi semplicemente ama il prossimo, senza pretendere nulla in cambio, se non gioire della felicità donata attraverso il proprio gesto. Padre Scimè gioiva nel regalare gioia agli altri ma nessuno eppure ne serba traccia. Una città si è assopita nel suo futuro dimenticandosi chi come un’ape laboriosa meticolosamente e con fatica lavorava per donare alla collettività. Quest’articolo altro non è che un ricordo anche se su carta e non su pietra come avrei preferito che fosse in memoria di un caro uomo che tanto ha donato agli altri, compreso il sottoscritto.

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