La notte del 14 aprile 1912, sul più grande e lussuoso transatlantico del mondo, si danzava mentre la nave dirigeva su un gigantesco iceberg. La nave era inaffondabile. Così avevano assicurato i tecnici di tutto il mondo. Ma quella notte le paratie non si chiusero e la nave in due ore e mezzo affondò. Morirono 1523 passeggeri su un totale di 2223 persone a bordo.
Non trovo altri riscontri storici per esprimere la condizione dell’Italia in questo terribile momento. L’Italia non corre rischi, ci assicurano da tutte le parti. Neppure il Titanic correva rischi: aveva una serie di saracinesche che avrebbero chiuso eventuali falle. Ma affondò. L’Italia è, obiettivamente, in una fase di rischio. Negarlo è da folli. Illudersi da sciocchi. Stare a guardare e aspettare da irresponsabili. C’è persino chi chiede la diminuzione delle tasse! Per questi non c’è epiteto: forse solo: leghisti.
Il peso che ci trascina a fondo.
Lo sanno tutti, è il debito pubblico. Si tratta di 1843 miliardi di euro, pari al 119% del PIL. prodotto dalla nazione. Paghiamo per gli interessi 72 miliardi di euro ogni anno, pari al 4,6% del PIL. Una somma enorme che potrebbe essere destinata agli investimenti, lavori pubblici, rilancio dell’economia. Una delle condizioni per essere ammessi nell’euro, trattato di Maastricht, era che il debito pubblico non superasse il 60% del PIL. Adesso una crisi del capitalismo mondiale ha costretto le nazioni europee a fare eccezione e tollerare debiti più pesanti. Lo scopo è consentire investimenti per rilanciare l’economia reale, condizione indispensabile per risanare il malessere finanziario. Ma il danno alla valutazione dell’euro resta. L’Italia poi ha il debto maggiore,.e mentre altri paesi, in testa la Germania, poi Finlandia, Francia, Olanda, constatano un aumento del PIL, l’italia registra una crescita che si può considerare nulla; lo 08%.. Questo è declino.
Queste le condizioni delle altre nazioni della zona Euro. Da Il Sole 24 ore.
GERMANIA : 81,6
IRLANDA :87,3
GRECIA 133,9
SPAGNA 72,5
FRANCIA 88,6
ITALIA 118,9
PORTOGALLO 91,1
AREA EURO 88,5
Come si vede, salvo la Grecia, che è in stato di fallimento, se non è salvata dall’Europa, l’Italia è situata peggio di tutte le altre nazioni europee. Certo, ha un’economia superiore a Spagna, Belgio, Portogallo e Irlanda. Ma il debito è un masso legato ai piedi della nazione e rischia di trascinarla giù, nel dèfault. Quando la speculazione si dovesse scatenare e la agenzie di rating decretassero la declassifica, allora sarebbe la morte annunciata.
Chi è il responsabile di questo danno?
Forse è inutile rivangare fatti ormai appartenenti alla storia. Ma il rischio è che certi crimini, se non vengono condannati e ricordati, possono essere impunemete ripetuti. E poi la gente vuole sapere. A che serve, si dirà. A pagare però non è il colpevole, o i colpevoli, ma tutto il popolo che nulla ha fatto per meritare questo.
La serie storica del debito pubblico ci dice che fino al 1981 il debito pubblico era inferiore al 60% del PIL; difatti si attestava al 59,9%. Poi c’è stata la corsa all’indebitamento. Dal 1982 comincia la deriva: 64%; 1983: 70%; 1984: 76%; 1985: 82%; 1986: 86,5%; 1987: 90%. Nel 1991 superò il 100%. Poi continuò la folle corsa. Fino ad oggi.
Con chi prendercela? Con tutti i governanti da trenta anni a questa perte.
. Danni e pericoli
Il danno principale è che sottrae risorse agli investimenti e perciò alla crescita della nazione. Ma ci sono danni meno appariscenti, ma altrettanto gravi. Rende nulla la nostra affidabilità finanziaria sul piano internazionale; ci costringer a indebitarci con i risparmiatori, e anche con gli speculatori stranieri, i quali non esitano ad accrescere la domanda di interessi appena se ne offre la possibilità; ci rende ostaggii delle società americane di rating che, se pur hanno commesso errori madornali, come la valutazione positiva di Lehman Brothers alla vigilia del fallimento, tuttavia mantengono un credito, forse di comodo, forse anche forzato, nei confronti dei risparmiatori mondiali. Come è noto, Modis ha messo sotto osservazione sia l’Italia, sia le banche italiane. Oggi hanno aggiunto sotto la loro lente le maggiori aziende della nazione: ENI, ENEL, FIMECCANICA, .E anche le grandi Banche.
Il pericolo dunque è dietro l’angolo.
Che si aspetta?
A far cosa? Ma è chiaro: a iniziare la riduzione del debito. Si replicherà: come fosse facile! Non è facile, certamente. Ma se è necessario, non si dovrà fare lo stesso?
Il ministro dell’economia qualche giorno fa, con la sicurezza che lo contraddistingue, ha dichiarato: “Molto è stato fatto. Ma molto ancora resta da fare”. Quello che resta da fare è sotto gli occhi di tutti, ma quel molto già fatto non lo conosciamo. A meno che il ministro non si riferisca ai tagli effettuati sulla spesa pubblica.
Ma ritiene veramente che siano stati produttivi i tagli orizzontali effettuati anche su spese indispensabili? Parliamo un momento della scuola. Il ministro getta sul lastrico oltre venti mila insegnanti abilitati, che erano in attesa di assunzione definitiva; col risultato di diminuire la capacità di acquisto di una grande categoria deprimendo la domanda di beni. E anche provocando un malessere sociale che non giova alla causa del risanamento ma contribuisce a quel clima di insoddisfazione che accompagna l’azione del governo.
Che dire poi dei tagli alle forze dell’ordine: si parla di polizia che a volte non ha benzina sufficiente per le volanti. Mancano pure i soldi per lo straordinario indispenzabile nei servizi di vigilanza. E ancora: i tagli alle spese dei penitenziari. Ritiene il ministro che sia produttivo che assommino sette milioni di euro di credito nei confronti dello Stato? O che a settembre non ci saranno i soldi neppure per i pasti ai detenuti? Questi sono un piccolo ma significativo esempio di come non si fanno i tagli alla spesa pubblica.
Qualcuno invoca la riduzione delle tasse. E’folle parlare di questo nella situazione finanziaria che abbiamo descritta. Tommaso Padoa Schioppa nel 2007 alla stessa richiesta rispose perentoriamente: “Prima i tagli di spesa. Poi il calo delle tasse”. (Corriere della sera, 2 settembre 2007). Un taglio sarebbe ipotizzabile solo se funzionale all’incremento della produttività; quindi dovrebbe riguardare il costo del lavoro; ossia dovrebbe incidere sul cuneo fiscale. Per il resto, meglio sacrifici oggi che pesanti tagli ai redditi domani.
E oggi Mario Monti ha dichiaratioo testualmente: “Non c’è spazio per tagli alle tasse.
L’esempio della Grecia
Ci deve fare riflettere, perché il pericolo è concreto. Lo stellone d’Italia non brilla più, scrivono oggi i giornali. Nesuno si illuda che ci salverà la buona stella, se non ci pensiamo noi.
La Grecia ha ottenuto prestiti per 110 miliardi di euro. Ne ha bisogno altri 110 per giungere al 2014. Chiede immediatamente 12 miliardi. Se entro i primi giorni di luglio la Grecia non otterrà la quinta rata del prestito, appunto 12 miliardi di euro, inesorabilmente fallirà. E si verifecheranno reazioni a catena che possono travolgere le nazioni più deboli. Tra queste c’è l’Italia? Chi può dirlo. Certo non è tra le nazioni sicure. Ora se riflettiamo al fatto che in Germania c’è chi, come der Spiegel, sostiene che è meglio lasciare fallire i deboli, c’è di che preoccuparsi. E la Gran Bretagna ha dichiarato che non intende partecipare al salvataggio: qualcuno dei suoi ministri non esita a dire che i deboli è meglio che falliscano. C’è anche qualcuno che ammonisce: in caso di dé fault della Grecia, si verifeceranno conseguenze imprevedibili: nessuno si salverà, neppure la Germania..
Ma è sulla situazione della Grecia che gli italiani devono riflettere. E’ un prestito, non un regalo. Significa che i greci devono restituirlo. Significa soprattutto che debbono rientrare entro le loro disponibilità, poiché non c’è dubbio che hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità. E allora ecco che dice l’UE: concediamo i crediti se i greci attuano un piano di austerità. In che consiste? Tagli e privatizzazzioni.
I tagli riguardano stipendi, salari e pensioni. Da qui la rivolta dei sindacati. Perché dobbisamo pagare noi che non siamo gli autori della cattiva politica che ha portato al fallimento? Le rivolte hanno uno slogan: “Noi non paghiamo la crisi”.
Purtroppo, giunti dove sono, la crisi devono pagarla tutti. Anche se non è giusto.
E in Italia?
Non è meglio procedere al risanamento adesso, con serenità, senza essere costretti dalla necessità impellente, e senza il ricatto di un fallimento immediato?
La domanda è lapalissiana. Certo che sì.
Il problema è: come procedere al risanamento? Per quale via ridurre il debito pubblico in tempi ragionevoli ma sicuri?
Per ridurre un debito le vie sono solo due: o aumentare le entrate o ridurre le spese. Per aumentare le entrate lo Stato non altra via che aumentare imposte e tasse. Ma abbiamo detto che questa è una via impraticabile: sarebbe il suicidio dell’economia.
La riduzione del debito pubblico, oltre alla diminuzione delle spese deve accompagnarsi, secondo gli economisti, ad un aumento della produttività almeno del 2,5% l’anno. Perciò pensare di aumentare le tasse è un rimedio peggiore del male.
E allora? Il taglio della spesa pubblica deve riguardare le spese inutili e gli sprechi che in Italia sono moltissimi. E poi le privatizzazioni.
Però, prima di procedere oltre dobbiamo chiederci: a quale criterio deve ispirarsi il taglio della spesa pubblica. Sembra semplice rispondere che devono essere tagliate le spese superflue insettori non vitali, gli sprechi, i privilegi: se c’è da diminuire si deve tagliare dove il reddito è maggiore. Ad esempio: se si deve intervenire sulle pensioni non si possono tagliare le pensioni di 300 euro, né quelle di 700 o mille euro. Ma si può tranquillamente operare su quelle di oltre 50.000 euro annue. Operare con giustizia, è questo che oggi si deve fare se si vuole raggiungere l’obiettivo di ridurre il debito pubblico senza provocare un disagio sociale diffuso.
La stessa riforma fiscale di cui si parla, che dovrebbe portare a tre le aliquote, è fuori luogo. Perché ci troviamo in un momento di emergenza, non è possibile agire se non con provvedimenti di emergenza. E l’emergenza impone non riduzioni a coloro che possono pagare molto, ma imposizioni maggiori a chi sta meglio. Diversamente perché si è in uno Stato? Per continuare la legge della giungla per cui chi è più forte stabene e chi è deboile soccombe? La società esiste per il bisogno di goiustizia dei suoi cittadini. E questa goiustizia impone di far pagare di più a chi ha di più.
La greppia
Le spese su cui incidere sono molte e significative. Perché l’Italia è la patria degli sprechi. E dei privilegi. Parlamento, Consiglio dei ministri, Consiglio superiore della Magistratura, corte Costituzionale, consigli regionali, pensioni e vitalizi, consulenze, provinmce e comunità, segretari e portaborse, stipendi dei conduttori Rai, stipendi dei manager di Stato. Il lusso ci circonda mentre la nave affonda. Cominciamo a guardare singolarmente dove tagliare.. ..
1) Nel programma di Berlusconi, quello che ci si ricorda ad ogni piè sospinto che ha vinto le elezioni, è scritto che si sarebbero abolite le province. Ora è a tutti noto che non servono a nulla. Lo stesso per le comunità montane. Che si aspetta ad abolirle? Secondo la Banca d’Italia si risprmierebbe a regime circa 30 miliardi. Ma se non si comincia il beneficio si allontana sempre. I bene informati dicono che si oppone la Lega. Ma si può sacrificare l’intera nazione alle richieste irrazionali, o interessate, di un partito? La Lega non è quella forza politica che ha imposto di pagare le multe per le quote latte di chi non le aveva pagato?
Quando furono istituite le Regioni, soprattutto da parte del partito liberale si alzò l’allarme per il peso finanziario che avrebbe gravato sul bilancio dello Stato. Il PLI si sbagliò per la mole del danno, calcolato molto in difetto. Ma allora, soprattutto dalla D.C., si rispose che sarebbero state abbolite le province poiché il doppione era ingiustificato. Da allora troppe resistenze si sono frapposte da parte di persone interessate. C’è l’assessore che si fa prendere a Modica con la macchina della Provincia e c’era persino un assessore che si faceva prendere a Pozzallo!.Casini lo ripete continuamente: abolire le province! C’è qualcuno che lo ascolta?
2) Il primo esempio deve essere dato dal Parlamento. Le spese di Camera e Senato sono enormi e ingiustificate. A cominciare dagli stipendi. Sono i più alti di Europa. Perché siamo forse i più ricchi? Non è la Germania la più ricca delle nazioni europee? E allora adeguiamo lo stipendio di Camera e Senato alla media dell’Europa. Oggi invece un deputato, oltre lo stipendio, percepisce 3320 euro per raggiungere l’aeroporto, 3120 euro per i viaggi all’estero (di studio), 3000 euro per spese telefoniche, 4190 per i collaboratori. Secondo La Repubblica (22 settembre 2010) un deputato costa 22.000 euro. Ma non capoiscono che non possiamo concederci questi lussi in questo momento così grave? Possibile che i parlamentari pensino veramente che i sacrifici debbano farli quelli che guadagnano 1200 euro al mese? Non pensano che loro probabilmenre servono a ben poco se comparati a quanto costano al contrinbuente? Se si vuole procedere sulla strada del rigore debbono cominciare loro, i parlamentari.
E gli affitti per assicurare un ufficio costano 150 mila euro la giorno: per fare cosa? Non bastano gli uffici alla Camera? E la mensa ove si consuma un pasto ricco per pochi euro. E i gadget donati anche ai deputati cessati dalle funzioni? Tutto bello, se ce lo potessimo permettere.
Che dire poi delle retribuzioni dei dipendenti di Camera e Senato?
(Questo articolo è stato consegnato a La Pagina per la pubblicazione il 22 giugno. Il Consiglio dei ministri del 30 scorso che doveva approvare i provvedimenti per far fronte alla grave situazione finanziaria lo ha reso ancor più attuale.)