Cosa è successo? Si chiedono sgomenti gli italiani. Il 30 giugno scorso c’è stato un Consiglio dei Ministri che doveva prendere i necessari provvedimenti per evitare che un nuovo sussulto metta l’Italia in condizioni di défault, ossia di possibile fallimento. Le conseguenze sarebbero terribili: bisogno di aiuto finanziario plurimiliardario dall’Europa, condizioni della UE pesanti per concedere tale aiuto, restrizioni draconiane sui redditi dei cittadini, una nuova insopportabile stretta alla vita degli italiani. Perché insopportabile? Perché già adesso gli italiani pagano le tasse più alte di Europa, salvo la Svezia che però ha un reddito pro capite molto più elevato di quello italiano. A meno che non si voglia distruggere quello che hanno fatto i governi degli anni ’50 e ’60, cioè un paese sostanzialmente ricco e benestante, per sostituirlo con l’Italietta, povera e dimessa degli anni prebellici. Ebbene, quale è stata la grande manovra proposta dal Consiglio dei ministri? In quattro anni dovranno essere recuperati 47 miliardi. Qualcuno parla di sessantotto. Come? I tempi: la manovra si sviluppa in quattro anni, fino al 2014. Nel 2011 saranno riscossi 1,5 miliardi, nel 2012 5,5 miliardi; in totale 7 miliardi. Negli anni 2013 e 2014 40 miliardi: 20 miliardi nel 2013, e 20 miliardi nel 2014. Questa è furbizia degna di Giufà. Nel 2013 ci saranno le elezioni politiche. Ci sarà ancora questo governo? Cosa c’è e cosa non c’é Come avverrà questa manovra e su chi graverà? E ci sarà un rilancio della economia? Il prezzo principale sarà pagato dagli statali e dagli enti locali; non dai dirigenti o dagli stipendi al di sopra dei 50 mila euro, ma da tutti: bloccati gli aumenti contrattuali, si tagliano i posti, non si possono sostituire tutti quelli che vanno in pensione. Assurdo poi il blocco delle assunzioni nella scuola; le pensioni da 1423 euro a 2800 saranno rivalutate per il 50 per cento; ai Comuni saranno tolti altri 7 mila miliardi; viene aumentata la tassa sulle transazioni; verranno introdotti i ticket sulla diagnostica e sul pronto soccorso, e, a partire dal 2014, un ticket aggiuntivo sui farmaci. E sui ricchi? E’ aumentata la tassa sui SUV! Questo è tutto! E i tagli ai costi della politica, che sono il nervo scoperto della sensibilità nazionale? Rmandati alla nuova legislatura! E il rilancio dell’economia da finanziare con questi tagli? Ovviamente nulla! Rinviato anche questo! La situazione L’Italia è veramente in gravi difficoltà. I ministri non lo sanno. La crisi è profonda: la maggior parte degli italiani soffre una povertà fino ad ieri sconosciuta. La produzione langue. La crisi attanaglia soprattutto le piccole e medie imprese che sono il 95% delle imprese italiane, con oltre sette milioni di occupati. I segnali di ripresa sono deboli. In Italia quasi inesistenti. Ma quel che è più grave è che la crisi può ancora peggiorare. Se andasse in fallimento la Grecia, se peggiora il debito degli USA che restano il motore economico del mondo, se dovessero peggiorare le condizioni finanziarie di Portogallo e Irlanda, se dovesse aumentare il prezzo del petrolio, ci troveremmo di fronte a una esplosione che avrebbe esiti incerti, sicuramente non favorevoli all’Italia gravata da questo enorme debito pubblico, peggiore di quello di Portogallo, Irlanda, Belgio e Spagna, i paesi finanziariamente più deboli. “Quanti se”, dirà qualcuno. Si, è vero! Ma sono tutte ipotesi realizzabili. Henry De Castries, amministratore delegato di AXA, il secondo gruppo assicurativo del mondo, in una intervista (Repubblica, 5 luglio 2011) alla domanda: “Che cosa avete imparato dalla crisi finanziaria?”, ha dichiarato con onestà: “Abbiamo imparato che anche l’improbabile può accadere. Quello che è cambiato da parte nostra è di conseguenza l’approccio al rischio”. Ma i nostri governanti questa lezione non la hanno appreso. E nel malaugurato caso che accadano (Moodys ha già declassato il debito di Portogallo e i suoi titoli sono definiti spazzatura), quali sarebbero le soluzioni per l’Italia? Un’economia pianificata? Una grande guerra? Oppure l’accettazione della povertà da parte della gente comune? Davanti a questi interrogativi che si pongono tutti coloro che sono pensosi delle sorti del nostro paese, e non solo gli economisti, cosa rispondono coloro che ci governano? La casta Pare che Rotondi, una grande intelligenza, e la Prestigiacomo, i cui meriti per fare il ministro nessuno ha finora scoperto, siano stati fra i più accaniti nel difendere la casta contro Brunetta, Sacconi, Romano e Vittoria Brambilla. (Ma guarda! Persino la Brambilla è più intelligente e responsabile della nostra ministra!). Argomento? Il termine “casta” è stato creato da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo nel loro ormai famoso libro. Ridurre le spese della politica significa dare ragione a loro, e questo non è possibile. Argomenti da donnette, dirà qualcuno. Si, è vero. Ma sono gli stessi argomenti che pensavano i nobili nel 1774, quando il ministro delle Finanze, Turgot, nel tentativo di ridurre il pesante passivo del Bilancio dello Stato. propose la riduzione delle spese della corte di cui i nobili erano la prima voce; e l’obbligo di pagare le tasse anche per le classi privilegiate, clero e nobili. Era un regime agonizzante, ma loro non lo capivano. Non capivano che i grandi governanti ascoltano le voci della gente e dell’opposizione e non hanno paura di accogliere le richieste più pressanti anche se onerose. Sono i governi deboli e in fin di vita che si chiudono in se stessi e resistono perché pensano che accettare le richieste dei cittadini sia un segno di debolezza. La debolezza non è nell’accettare: è in loro stessi. De Gasperi, fino al 1949 non aveva messo mano alla Riforma Agraria, da molte parti richiesta, e dalla pubblica opinione, espressa nei giornali, unanimemente invocata e sostenuta fortemente dal Partito comunista. Perché faceva parte del governo il PLI dichiaratamente contrario alla riforma, e nelle file dei parlamentari democristiani c’era un gran numero di proprietari terrieri. Ma quando alcune rivolte finirono nel sangue, De Gasperi ruppe gli indugi, proclamò la crisi, mise il PLI fuori del governo, e portò la legge di riforma in Parlamento, ove passò con un numero di voti di molto inferiore al numero dei parlamentari democristiani. Molti tra deputati e senatori democristiani poi abbandonarono il partito e si iscrissero in maggior parte nel Partito monarchico. E fu la vera causa della perdita di voti nelle elezioni del 1953, in occasione della legge elettorale maggioritaria. Così agiscono i veri uomini di governo. Così aveva agito Bismarck, ancor che cancelliere di ferro, quando nel 1883 accettò le istanze dei socialisti tedeschi che costituivano l’opposizione, guidati dal suo grande avversario, il giovane e popolare Ferdinando di Lassalle. Non temendo il loro successo, attuò, primo paese al mondo, l’assicurazione contro le malattie, e poi contro gli infortuni, e l’assicurazione contro la vecchiaia. Ma forse in Italia non è il caso di parlare di uomini di governo! Possiamo parlare appena di Crosetti e Scilipoti. Crosetti ha attaccato Tremonti per essere un caso di follia, un bollito, sol perché nella terribile situazione finanziaria della nazione dice di nò a spese non indispensabili. Ma il problema più grave è: è solo Crosetti o ce ne sono altri in Parlamento? E se si, quanti altri Crosetti ci sono, perché se ce sono molti per l’Italia non c’è proprio speranza. E difatti il 6 luglio l’abolizione delle province non stata approvata dalla Camera. Eppure è noto che la riduzione della spesa pubblica, di cui le province sono dal 1970 la voce più palese perché dal 1970 doppione delle province, e la crescita del PIL sono la condizione indispensabile della salvezza dell’Italia. Ma ai partiti, dobbiamo riconoscere con amarezza, che non importa dell’Italia, quanto di salvare i posti per i loro vassalli, i valvassori e finanche i valvassini disseminati in tutte le lande d’Italia. Tasse e misure per l’economia C’era molta attesa per gli incentivi a favore della produzione. Ora dato che soldi non ce ne sono, l’unica via era il taglio del cuneo fiscale. Si sa che è la palla al piede delle attività produttive. Si sa anche che, per assicurare un aumento di entrate indispensabile assieme al taglio delle spese, il PIL deve crescere almeno al ritmo del 2,5%. La diminuzione della spesa per la politica avrebbe consentito di dirottare i risparmi verso una riduzione del cuneo fiscale. Questo in attesa di procedere in condizione di serenità alla riforma fiscale. Invece nulla è successo. Ora il danno per l’economia è cresciuto in rapporto alla delusione; è latente, e, per questo ancora più pericoloso. Difatti la famosa curva di Laffer ci illumina su questo pericolo. Arthur Laffer è il celebre economista della Southern University of California che convinse Reagan ad abbassare le tasse, determinando la forte ripresa degli Stati Uniti: è una curva a campana che indica la crescita del gettito fiscale corrispondente all’aumento delle tasse e imposte; ma, superata un certo livello, il gettito torna a scendere fino virtualmente ad azzerarsi. Il tetto massimo delle imposizione fiscale varia secondo le possibilità di reddito della nazione. In Svezia e in America è maggiore dell’Italia, ma c’è anche in quei paesi. La conclusione di questo discorso è che superato il tetto massimo di imposizione l’economia tende a diminuire e con essa il PIL e la base impositiva del paese. In Italia il tetto è stato superato da tempo. Soprattutto le imprese hanno resistito credendo alle assicurazioni, elargite a gran voce, della riduzione dell’IRAP. Ma ora molte non ce la fanno più; la curva tende a scendere. La teoria può essere contestata, ma i fatti la confermano ogni giorno. Ecco cosa mi ha detto un imprenditore della provincia, che guida una piccola industria manifatturiera, con 15 dipendenti; da quando c’è la crisi, mentre due anni fa ne aveva 35: “Quest’anno, malgrado la crisi. ho avuto un aumento di produttività del 5% rispetto al 2009. Ho fatturato poco più di un milione. Dedotte le spese per materiale, personale, tasse e spese fisse mi restano 200.000 euro. Di esse 112 mila devo darli allo Stato. Me ne restano 88 mila da dividere fra i tre soci. Aggiungi la dichiarazione dei redditi individuali e ci restano appena 20 mila euro ciascuno. Ora io per venti mila euro non lavoro più. A fine anno chiudo”. Con molta ingenuità gli faccio : “ E dei dipendenti che ne sarà?” Risposta: “Li licenzio. Ci penseranno i politici a dar loro il lavoro”. Molti in Italia hanno già chiuso. Un altro mi dice: “Sto esaminando la possibilità di chiudere e trasferirmi in Croazia o in Polonia”. Non sono i soli. Un altro ha deciso di andare in Turchia. E una grossa impresa, altamente tecnologica, andrà in Tunisia o a Malta. I nostri governanti di queste cose non si preoccupano. Loro sono al sicuro. Purché non si tocchino i loro guadagni, le loro pensioni, il loro pranzo a 8 euro, il barbiere gratuito, il rimborso per le cure dentarie, le loro auto, i loro uffici, i loro segretari, i viaggi all’estero, e, se necessario, anche il viaggio con l’aereo di Stato per andare a vedere il gran premio automobilistico d’Italia a Monza. Il tutto pagato dalla gente! (continua) Saverio Terranova La danza sul Titanic 3 C’è addirittura un signore che percepisce 3000 euro per un solo giorno di parlamento!
(La danza sul Titanic. 2). Furbi e irresponsabili. Di Saverio Terranova
- Luglio 14, 2011
- 11:32 am
Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email
Condividi su print
Stampa