Una silloge ove la grande protagonista della poesia risulta la vita nelle sue multiformi espressioni, nelle sue valenze di entusiasmo e di dolore, di amore, di delusioni e di sguardi avvolti nei filmati della memoria, possiamo definire quella della poetessa madrilena Elisabetta Bagli, dal titolo “Voce”, 2015, edita sia in italiano che spagnolo. Una raccolta che sa interrogare l’esistenza umana nella sua complessa dinamica intra ed extra psichica, trasfigurandola con una simbologia che allude al senso del suo divenire nel tempo.
Elisabetta Bagli , poetessa tradotta in quattro lingue, è Ambasciatrice Culturale dell’Universum Academy Spagna ed ha alle spalle diverse pubblicazioni oltre che collaborazioni con riviste letterarie italo-spagnole. Il corpus poetico della raccolta “Voce” poggia su quattro momenti creativi, dal titolo “Vita”, “Amare” “Sguardi” e “Donne”, che convergono armonicamente in “unum”, in un’unica voce di canto che si connota di toni e sfumature che colgono “l’hic et nunc” di vissuti esistenziali carichi di umanità.
“…Sono come la foglia / di un platano…come una nuvola estiva….Sono l’odore della terra…Sono un libro mai finito / L’inizio è già scritto” afferma la poetessa nella lirica “Chi sono?”, con la quale apre il suo canto alla vita disegnandone limiti e bellezze e dando voce ai sentimenti universali dell’uomo di ogni età.
Il bisogno di comprensione del senso della vita si snoda quasi come confessione autobiografica dell’autrice, la quale carica i suoi versi di domande, di incertezze, di pathos e di ricerca, sostando davanti all’altare della sua coscienza per trovare la bussola del cammino: “…mi avventuro per le strade della vita. Cerco la mia via…”; “Devo fare di più, / scoprire fin dove posso arrivare,/ intuire il mio nuovo percorso./ Devo affrontare ancora me stessa, conoscere l’intimità della mia anima, / oltrepassare i miei limiti…( “Limiti”); “Scavo con le mie mani nude / dentro la fossa dei miei anni persi, / Cerco il mio senso in questo mondo…”(“La fossa”).
Elisabetta Bagli sente la parola come “vox vitae”, come rapporto con se stessa e con il mondo a lei astante, riuscendo – direbbe Giulio Ferroni nella sua Storia della Letteratura Italiana, Il Novecento, Einaudi – “ a tradurre in parole la musica che sente palpitare in ogni momento dell’ esistenza, ad esaltare i colori delle cose, a seguire le drammatiche tortuosità del sentimento, ad offrire agli altri le lacerazioni di un ‘cuore’ sempre aperto e disponibile”.
La poetessa sa intenerirsi di fronte alla neve che “in silenzio cade”, “riempie giardini / copre cespugli, alberi, case” e che sente insinuarsi forte dentro lei; si lascia altresì cullare dalla luna piena alla quale confida il dolore per la finzione di un mondo fittizio ove l’incomunicabilità dilaga ( “..vedo mura…ancora mura …ancora mura…”), fin quando nel cielo limpido non riesce ad intercettare “Due piccole luci (che) brillano alte /urlano, si abbracciano, / amano, si amano . Sono felici di essere vive…”; ed è la felicità che la poetessa coglie negli occhi sorridenti, “azzurri, tersi come il cielo, / azzurri, limpidi come il mare” di un bimbo felice, o in Francesca, “piccola nuvola bianca” che corre leggera “tra rocce millenarie”.
Questi fotogrammi poetici affondano le radici in una costellazione di sentimenti che trovano sublime approdo in una versificazione pacata, pensosa e attraversata da oscillazioni interiori che essenzializzano tutto l’engagement intellettuale della Bagli in una autoanalisi esistenziale e scavo interiore:
“…Cammino sulla sabbia,
sola, ricordo.
Vedo la mia vita,
l’ascolto, tocco la sua seta…”
( Il vestito)
“Il mare nero mi ha inondato.
Assente da me,
non ho resistito al sua avanzare.
Piccola spiaggia deserta nel mio cuore,
gocce amare sulle mie labbra…”
(Mare nero)
Il sentimento dell’amore è, in questa raccolta, pervaso di delicata sensibilità femminile, e condotto dentro un’ unità strutturale ed emozionale ove sono rintracciabili simboli ed immagini armonicamente intrecciati: il “sangue rosso”, il “raggio di sole”, “l’arancio del pennello”, “le lacrime impazienti e sane”, “il treno”, il “vento impetuoso”, le “briciole erranti nell’aria”, “le fauci del leone”, i “castelli di sabbia”, le “lenzuola vuote e spente”; lo scavo interiore della poetessa è tale, che accende ogni suo verso di un senso di smarrimento e di angoscia determinato dalla consapevolezza della fragilità della vita e dell’amore, se è vero che molti lemmi utilizzati dall’autrice risentono, in senso molto lato, di una cruda e dolente meditazione sulla realtà relazionale con l’altro: “…Piove sangue nel / mio cuore. / Spazzato dal tuo vento, / calpestato dal tuo egoismo, / indifeso ora muore”; “…Il tuo odore mi fa paura./ Prepotente succhi la mia aria, / spezzi le mie ali luminose…”; “…Volo e piango. / Prigioniera della luce / riflessa dalla luna / sulla mia coperta, /scopro il freddo accanto a me…”; “…Sono scesa dal tuo treno”. ; “…La vita / le sue intemperie / lacerano la mia carne , / vincono la mia anima…”.
L’amore, che si manifesta sotto varie forme e che vive i sussulti di una quotidianità complessa, alla fine, tuttavia, sembra connotarsi come movimento tensionale, come ricerca di perfezione interiore di un “io” che sa guardarsi dentro con onestà:
“Perfezione,
ti cerco,
ti vedo nel suo sguardo,
voglio afferrarti,
sentirti ovunque,
nei miei occhi, nelle mie labbra,
nella mia mente…”
(Anima perfetta)
Come si può notare da queste citazioni, in Elisabetta Bagli c’è un flusso coscienziale davvero rilevante e capace di leggere e decifrare i percorsi dell’anima umana mediante una declinazione del verso nella direzione di un realismo figurato e attraversato da stati d’animo ora illuminati da raggi di luce, sogni e aspirazioni, ora avvolti negli orizzonti stanchi di una disillusione che spinge a proseguire il cammino e a “continuare a salire le scale”.
Dunque nessuna impronta di artificiosa speculazione troviamo nell’intelaiatura di questa raccolta, ma solo la vita in divenire, il senso di un poetare che si fa anelito al valore della bellezza, al bisogno di dire parole di vita con un costrutto stilistico aperto a varie possibilità semantiche. La poetessa cerca sempre un “oltre” in grado di affrontare gli inganni del tempo e di far confluire le sue antinomie interiori verso orizzonti di largo respiro metafisico.
Molto incisiva appare anche la sezione “Sguardi”, che la poetessa rivive attraverso i suoi affacci memoriali: ora quelli proiettati nella sua città di origine, Roma, ove è nata e si è laureata, ora nella sua Spagna. Le liriche “Festa de’ Noantri”, “Garbatella” offrono al lettore, ad esempio, lo spaccato di luoghi che non sono semplici richiami geografici, ma “elezione” di un tempo kairotico ben preciso che nel cuore della poetessa non si è mai cancellato: “ i vicoli di Trastevere”, “Via della Lungaretta, / Piazza Santa Maria in Trastevere”, “turiste ammaliate/ camerieri cantanti, / corteggiatori, / amanti per una sera” si affollano nella sua memoria facendola ritornare fanciulla, proiettandola in quelle sue passeggiate (si legga la lirica “Garbatella”) nelle quali sentiva la diversità dell’aria e il profumo delle persone, camminava e sorrideva tra cumuli di foglie estive, il rumore del vento tra gli alberi, il frinire della cicale, osservando i panni stesi nei cortili, “le fontanelle che stillavano acqua fresca/ i fiori e i pini, quelli di Roma, / così armonici, vigorosi, unici / nell’elevarsi al cielo come / nelle dolci sin fonie di Respighi”.
La stessa freschezza sentimentale si avverte anche nella lirica “I fuochi di Santander”, ove la poetessa trae dalla memoria i dati di una visione naturalistica e figurativa costellata di “luna piena”, di “sabbia umida”, di “volti rapiti” di persone, di “bimbi eccitati e impauriti”, di “fontane di luci / scintille dorate / stelle, nuvole variopinte”. Un’architettura simbolica di armoniche simmetrie come le strade, il manto erboso, il cielo sempre uguale al Retiro e a Arguelles, si ritrova poi in “Aria di Madrid”, ove il tessuto poetico si fa compartecipazione di un sentire che è intreccio di voci, di visioni e di parole giuocato su sguardi di affettività e contemplazione: “…Cammino per le strade, / annuso storia e vita, e gioco a essere prato / sul verde manto erboso…”
Elisabetta Bagli crea in questa silloge “un io e un mondo” attraverso un’assunzione di molte voci, non per dare forma ad una lirica di romantica auto-espressione, ma per auto-creare un processo di analisi di se stessa e della realtà ricorrendo al linguaggio della poesia; un linguaggio umano, caldo, passionale e pensoso che sa entrare nelle pieghe dell’anima suscitando domande di senso anche sul mondo delle donne, spesso oggetto di nefandezze, violenze e di devianze(“Mi hanno legata e imbavagliata, / stretto le catene ai polsi,/ alle caviglie il peso delle illusioni/ sbriciolate in terra. / Mi hanno fatto schiava / nella notte senza voce, mentre il mondo marcio / mi offriva il marciapiede…”) e a abbandonandosi al fascino di attimi sognanti mormorati quasi in religioso silenzio, come, ad esempio, nella lirica “Tu” che chiude la silloge: è il Tu rivolto alla donna per eccellenza, la Mater Ecclesiae, descritta nella sua umanità di persona che prende per mano, che riscalda il cuore, che porta sulle spalle il dolore di tutte le donne(“…Come Regina / hai indossato / il mio dolore…”), che si fa protezione (“…Hai protetto col parasole / la mia anima…”), e che si fa nutrimento spirituale per il cammino dell’umanità( “…So che nutrirai / i miei occhi coi tuoi, / brillando oltre la notte”).
La poesia di Elisabetta Bagli conosce il sorriso dell’ anima e, senza infingimenti, si colora della sua bellezza interiore; ella, donna e poetessa, ascolta tutte le voci della storia, i suoni intonati e quelli distonici dell’esistenza per farne la tastiera dei suoi conflitti, delle sue emozioni e sensazioni e per incamminarsi sui sentieri della rigenerazione. Ciò che piace dei suoi versi è l’immediatezza espressiva, la quale, ricorrendo all’anafora dà al magma sentimentale le tonalità del cuore, l’esuberanza fanciulla e un tocco semantico forte ed intenso.
Nescit vox missa reverti diceva lo scrittore latino Orazio nella sua Ars poetica, cioè “La parola una volta pronunciata non può tornare indietro”! Ebbene la parola poetica della silloge “Voce” di Elisabetta Bagli riesce ad entrare nel cuore e nella mente del lettore e , quindi, a non tornare più indietro, proprio perché sa “intus-legere” dal di dentro il cuore dell’uomo; al di la dei suoi tagli personali, è voce che canta le perplessità e le malinconie di ogni uomo e di ogni donna; i temi che l’autrice affronta, dall’amore alla solitudine, dall’incapacità di comunicare al sogno, dal silenzio alla contemplazione, dal ricordo alla denuncia, dall’immanenza alla trascendenza, sono poesia vissuta con il battito del tempo; poesia sussurrata con l’eco di memorie; poesia che approda sulla pagina con la delicatezza dell’anima; poesia che si carica del dolore dell’altro e che si piega con umiltà sulle piaghe della nostra contemporaneità.
Il tutto con uno stile sobrio ed incisivo, efficace, libero e coinvolgente, trasfigurato nei suoi plettri semantici e nelle atmosfere e , anche se a volte declinato su tonalità prosodico-descrittive, sempre attraversato da passione, ispirazione e sentimento, atteso che la poetessa Bagli sembra avere come fiaccola di orientamento ed orizzonte di senso della sua vita quel che diceva Carlo Culcasi: “la Poesia è il maggior capolavoro del nostro spirito”.